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Testimonianze di volontariato in periodo Covid

Come tutti sappiamo, la crisi globale dovuta al virus COVID-19 ha messo a dura prova i sistemi sanitari che ancora oggi affrontano questa battaglia per tentare di limitare la diffusione del Coronavirus, fornendo al contempo cure e trattamenti salvavita.

Abbiamo raccolto le testimonianze dei nostri volontari per raccontare come hanno vissuto la loro esperienza durante questi duri mesi. Buona lettura!

 


Sono Claudia, una terapista del reparto di chirurgia della mano dell’ospedale Multimedica.
Durante l’emergenza ho prestato servizio volontario nei reparti covid 19. Riassumere il turbinio di emozioni che questa esperienza ha provocato, non è facile.
Sono entrata in reparto il 15 aprile, contro il parere di tutti i miei famigliari e di coloro che mi vogliono bene.
E’ stata per me un’esigenza viscerale tale da permettermi di far fronte ad ogni difficoltà: la lontananza dalle mie figlie, la paura, la stanchezza, l’incertezza, la solitudine, l’emarginazione. A spingermi sono stati l’amore per il mio lavoro e la “necessità umana” di dare il mio contributo in un momento così critico.
Il coronavirus ha cambiato la vita di tutti noi.
Davanti ai miei occhi si è presentato uno scenario surreale che andava ben oltre l’immaginazione. All’improvviso l’ospedale non aveva più nulla di conosciuto: tende da campo per l’accoglienza, percorsi interdetti, piani ricolmi di persone infette. Quel luogo che ti aveva sempre protetto era diventato il contenitore di un mostro dal quale doversi difendere. Per la prima volta non era concesso ammalarsi di altro o farsi male. Esseri umani appesi tra la vita e la morte, intubati, tracheostomizzati, sedati e soli.
Persone che per settimane, se non mesi, non hanno avuto contatti con i propri cari.
Persone che al loro risveglio hanno trovato un ambiente completamente asettico dove anche chi si prendeva cura di loro era privo di un volto, di una voce conosciuta, di calore umano.
Personale sanitario transennato dietro a quei dispositivi di protezione che ci toglievano qualsiasi forma di identità.
La fatica è stata di grande aiuto. Il lavorare per ore ricoperto da strati di presidi di sicurezza senza dover toccare nulla, senza poter bere, senza mangiare, senza poter prendere contatto con la propria pelle, senza sedersi, senza poter utilizzare il telefono…insomma senza, ha reso il carico emotivo più lieve.
Distratti dai doveri e dalla faticha ci comportavamo da automi e facevamo ciò di cui c’era bisogno. L’emotività non trovava spazio se non ad ogni stacco di turno quando il senso di inutilità per non aver potuto fare di più ti assaliva, e ad ogni rientro in ospedale, quando il pensiero di non ritrovare alcuni dei volti di cui ti eri preso cura ti spezzava il fiato.
Nella difficoltà ho avuto la fortuna di essere guidata da persone capaci che mi hanno gestita, istruita, protetta e sostenuta. Colleghi che, come me, sapevano quanto amore era nascosto dietro a mascherine, tute e guanti.
Di questo periodo conserverò ogni singolo attimo. Porterò con me lo sguardo di chi ce l’ha fatta e di chi non è stato così fortunato, non dimenticherò la piacevolezza del primo respiro alla rimozione della mascherina, la bellezza dei sorrisi scambiati in spogliatoio, la necessità della doccia purificatrice e molto molto altro.
Semplicemente non dimenticherò.
Claudia Selvetti