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La mano del bambino

  • Cura e riabilitazione
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Anestesia pediatrica

L’Anestesia è attorniata da un alone di mistero. Si riscontra nei genitori un timore che si trasforma in paura per il possibile mancato risveglio del proprio figlio. Questo deve essere superato con un colloquio aperto tra l’anestesista e i genitori stessi. Una pronta disponibilità nel rispondere in modo esauriente a qualsiasi domanda sul pre,il durante,il post atto anestesiologico.

Proprio perché si lavora con piccoli pazienti bisogna ridurre al minimo il trauma del distacco dai genitori ed eliminare la paura della camera operatoria,dove il bambino si trova solo e spaventato.

Per questo motivo il piccolo paziente raggiunge con i propri genitori il blocco operatorio.

Nella recovery room sempre in presenza dei genitori al bimbo viene somministrata per via rettale od orale un farmaco che lo tranquillizza.

Il bimbo viene quindi portato in camera operatoria dove previa monitorizzazione completa e duratura delle funzioni vitali(attività cardiaca,respiratoria,temperatura corporea,diuresi,saturazione dell’ossigeno,capnometria),è sottoposto ad anestesia generale e locale.

Al risveglio il piccolo paziente viene riportato in recovery room dove ad attenderlo ci sono i genitori.

La condotta anestesiologica  non si ferma solo all’atto chirurgico ma di estrema importanza per la tranquillità del bambino e dei genitori nel post operatorio è la copertura del dolore stesso che deve essere escluso già durante l’intervento con anestetici per via locale o loco regionale,o per via generale(rettale)con una miscela di morfino simili e paracetamolo.

Al fine di ottenere un risultato ottimale è  determinante la collaborazione,la piena fiducia in entrambi le direzioni tra anestesista e genitori e il mantenimento di un clima famigliare al fine di ridurre lo stress del piccolo paziente


Riabilitazione Pediatrica

La riabilitazione

La psicomotricità

La terapia della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva è una disciplina che mira a valorizzare la persona nella sua globalità, intesa come stretta unione tra struttura somatica, cognitiva ed affettiva.

Nasce per accogliere e rispondere ai bisogni del bambino, accompagnandolo nel suo normale percorso evolutivo (educativo e preventivo al disagio) oppure in situazione di difficoltà (aiuto terapeutico).

Nell’ambito delle malformazioni congenite in chirurgia della mano lo scopo della psicomotricità è la promozione dello sviluppo della competenza non comparsa, il recupero funzionale che, a causa della patologia, è andato perduto e il coinvolgimento della mano e dell’arto superiore affetti nel contesto globale.

La psicomotricità si inserisce nel protocollo di cura per la promozione e l’integrazione della mano e dell’arto superiore affetto da malformazione congenita nello sviluppo psicomotorio.

Le attività sono mirate alla corticalizzazione del gesto  e all’integrazione  dell’arto affetto da malformazione nello schema corporeo, cioè l’immagine mentale che ogni persona ha di sé, attraverso il gioco e in particolare il gioco spontaneo, che è considerato lo strumento con cui il bambino conosce il mondo ed impara.


Counseling psicologico

TRAUMI E MALFORMAZIONI CONGENITE DELLA MANO: ASPETTI PSICOLOGICI

La patologia interessante la mano ha una profonda risonanza sul piano psicologico sia che si tratti di una malformazione congenita, sia che rappresenti l’esito di un evento traumatico. 

Le sindromi, le malformazioni, i traumi della mano hanno un profondo impatto psicologico indipendentemente dalle conseguenze funzionali, estetiche o dalla gravità e vastità del problema. Anche una problematica minore e di relativa facile soluzione rappresenta una fonte di dolore tanto quanto situazioni più gravi e complesse.

Le emozioni di rifiuto o l’accettazione della situazione e in caso di malformazione l’accettazione del bambino, sono sentimenti che accompagnano i genitori e che connotano profondamente il loro relazionarsi con il figlio e con coloro che possono migliorare la condizione del bambino stesso, cioè il chirurgo ed il fisioterapista. La reazione dei genitori sul piano emotivo è fisiologica, ossia, è la normale reazione davanti ad una situazioni di stress, tuttavia, questa non può restare unicamente sul piano emotivo, ma deve incanalarsi verso la ricerca operativa di un miglioramento della condizione del figlio. 

Questa consapevolezza ha portato l’èquipe a considerare l’intervento interdisciplinare come modalità di gestione del paziente al fine di risponde in modo adeguato anche ai 

bisogni di ordine psicologico. 

Lo psicologo, infatti, collabora attivamente con gli altri membri dell’équipe mediante un lavoro di supporto al bambino ed ai suoi genitori che si articola nella presenza durante le visite con il medico/chirurgo e in colloqui con la coppia ed il bambino. 

Lo psicologo incontra i genitori in occasione della prima visita medica, durante un colloquio che segue la visita stessa e rimane a disposizione della coppia costituendo un canale di comunicazione più facile e meno “tecnico”, ed eventualmente un sostegno nel periodo pre e postoperatorio. Lo scopo del counseling psicologico è quello di far emergere le emozioni, i dubbi, le aspettative in merito alla soluzione proposta, verificare la convinzione della scelta chirurgica o la necessità di un ulteriore confronto con il chirurgo. 

La nascita di un bambino è sempre un evento atteso con gioia dalla famiglia che accoglie il neonato. In questo frangente, la scoperta di una malformazione rappresenta una fonte di stress traumatico, ed il trauma è tanto più intenso quanto la patologia è inattesa ed il genitore è stato rassicurato sulla salute del figlio dalla diagnostica prenatale.

La reazione dei genitori di fronte alla malformazione del figlio è principalmente un vissuto di inadeguatezza, un senso di responsabilità, un senso di “lutto” per aver generato un figlio “incompleto”, ed il relativo senso di impotenza per non poter in alcun modo sopperire a tale incompletezza. 

Nel caso di bambini interessati da malformazione la prima visita avviene solitamente quando il piccolo paziente è neonato, questo fa si che i primi colloqui, siano rivolti principalmente ai genitori. 

Con il tempo il bambino cresce e maggiore spazio viene dato in questa fase al bambino stesso, al suo vissuto nei confronti della malformazione e nei confronti delle reazioni altrui (soprattutto compagni e amici, estranei, ecc.). Questo tema è spesso uno dei problemi maggiormente sentiti dai genitori, i quali possono trovare con lo psicologo un confronto sul loro modo di gestire la vita esterna del bambino. 

Anche davanti ai traumi il confronto con gli altri rappresenta un aspetto rilevante, poiché è necessario un lavoro di accettazione da parte del bambino, dei genitori, ma anche del contesto sociale della “nuova mano”. 

In presenza di traumi o di malformazioni la priorità del paziente e dei genitori è riportare la situazione alla “normalità”, tuttavia, questo desiderio non è sempre realizzabile dal punto di vista chirurgico e le soluzioni proposte dal chirurgo sono spesso inattese e molto distanti da quanto sperato dai genitori. 

Davanti alla impossibilità di dare o restituire “al proprio figlio una mano a cinque dita” i genitori sperimentano sentimenti di impotenza, sconforto, incertezza, solitudine, oltre alla difficoltà di misurarsi con un linguaggio, quello medico, talvolta molto tecnico e poco comprensibile. 

Il bambino, anche molto piccolo, percepisce le emozioni dei genitori e, di conseguenza, può esserne influenzato nel modo di affrontare il proprio problema, ma prima ancora nella possibilità di sviluppare una personalità armonica ed equilibrata.

Un supporto psicologico per la famiglia è quindi importante il più precocemente possibile, nel caso delle malformazioni congenite fin dai primi giorni di vita del bambino o già in occasione della diagnosi prenatale, mentre nei traumi non appena sia possibile e, quindi, nel post-operatorio nel caso in cui sia necessario un intervento di urgenza o nella fase precedente il gesto chirurgico se è possibile una programmazione dell’intervento. 

Facendo sempre riferimento al nostro modello teorico, quello sistemico-relazionale, i colloqui coinvolgono il bambino ed i genitori, ma ciò non preclude, in particolare con la crescita del bambino, la possibilità di trovare spazi che possono diventare individuali, per il bambino o per la coppia in relazione a precise strategie dell’operatore o a esigenze della specifica situazione. 

La comunicazione medico/paziente avviene all’interno di un contesto complesso, dove il bambino deve essere coinvolto al fine di evitare vissuti di esclusione che possono ingenerare ansia, ma questo deve avvenire con attenzione ed equilibrio rispetto alle risorse emotive e cognitive, sia in sede di colloquio psicologico sia di visita chirurgica. 

Cercare di affrontare e gestire anche questi aspetti del paziente significa passare da un approccio univocamente rivolto a trattare una mano ad un approccio che prende in carico i bisogni di un bambino con un problema e i suoi genitori, questo in un contesto in cui l'aspetto tecnico-chirurgico/riabilitativo è sempre e comunque fondamentale, ma viene inquadrato in una cornice ben più ampia e complessa.